Sapersi vendere nel mondo del lavoro

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Saper vendere la propria professionalità è importante ma attenzione a non esagerare

Spesso ci presentiamo come sicuri e volenterosi sui social per poi mostrarci insicuri e svogliati dal vivo, proprio nella relazione diretta con chi deve «comprare» la nostra professionalità

 Farsi scegliere significa “vendere” il nostro Cv le nostre esperienze, le nostre competenze. Nella nostra cultura la parola “vendere” assume accezioni negative ma non è questo il caso.

 Quando parliamo di lavoro però è sempre delicato gestire il problema del “quanto vendersi”.

Quanto serve gonfiare il nostro curriculum, il nostro profilo, il racconto delle nostre imprese? Quanto spingersi?

Spesso accade che ci sia una distanza sempre più significativa tra come le persone si rappresentano nelle loro vetrine (curriculum e social soprattutto) e come si descrivono durante un colloquio.

Questa divergenza sostanziale si verifica perchè “Vendersi” su una piattaforma digitale o nell’archivio curriculum di una direzione risorse umane è gratis. Lo fanno tutti, perché non dovrei farlo anch’io? Le cose cambiano però quando mettiamo le mani ”in pasta” per lavorare sul serio scoprendo che tutte le belle e difficili parole su un CV erano frutto di un meticoloso lavoro di ”facciata”  e, in qualche caso, di poca sostanza.

In effetti vendere significa sempre promettere. E promettere a sua volta significa creare aspettative. È per questo motivo che quel professionista che sul web ci sembra un fenomeno, dal vivo diventa spesso un comune mortale che inizia il suo lavoro con le premesse ridimensionando la portata delle sue imprese.

Dunque: quanto “vendersi”?

 La nostra promessa sulla carta deve essere identica a quella che possiamo permetterci di fare dal vivo. Ecco la risposta. Trovare un perfetto punto di equilibrio.

Attenzione però a non scambiare questa regola di buon senso con una marcia indietro verso la prudenza o la troppa ”umiltà”.

Occorre ricordare sempre

1) Chi ci “compra”, come in qualsiasi processo d’acquisto, è portato naturalmente a fare la ”radice cubica” rispetto alle nostre promesse. È come dire che un po’ di overselling è dato per scontato, fa parte del normale gioco della seduzione.

2) Chi ci “compra”, come in qualsiasi processo d’acquisto, ha bisogno di entusiasmarsi. Un approccio troppo “piatto” e prudente paga raramente.

3) Chi ci “compra” apprezza il nostro essere un poco “venditori” perché immagina che quando lavoreremo per lui utilizzeremo a suo favore questa competenza.

Vendere significa promettere. E promettere significa impegnarsi a fare un centimetro di più, significa spronarsi ad andare oltre i propri limiti e quindi a crescere e perfezionarsi. Se inteso così, fa decisamente bene.